FRANKENSTEIN DIGITALE // IL COSTRUTTO
L’umore è a terra, ma il cervello pulsa. Il lavoro è un parassita che mangia il tempo, e io sto cercando di rubarne un po’ alla notte per non impazzire. Ho un inferno in testa e zero voglia di metterci la faccia.
In un mondo che corre troppo, io mi sono piantato. Fermo. Immobile.
Il lavoro non dà più niente se non quel senso di nausea la domenica sera. Non c’è pace mentale per creare, per sorridere a un obiettivo, per fare il simpatico nel montaggio. La soluzione? Un cazzo di Home Lab e il codice. È l’unico posto dove le cose rispondono ancora a una logica, anche se è una logica binaria e fredda.
Scrivere è rimasta l’unica valvola. Butto giù righe per abbassare il cortisolo, per non esplodere. Ma la telecamera… quella lente tonda è diventata un occhio che giudica. Non riesco più a starci davanti.
“Ho una valanga di pensieri in evolversi che non riesco a sputare fuori. Questa fanzine è il mio diario, il mio rifugio sporco di grasso digitale.”
Ho deciso. Mi serve un avatar. Ma chiariamo subito una cosa: non voglio un cazzo di pupazzetto carino e coccoloso. Niente orecchie da gatto, niente estetica da VTuber che cerca di elemosinare sub.
Voglio un Alter Ego. Un costrutto. Un’entità digitale che abbia la mia voce (o quella che deciderò di dargli) ma che regga il peso dello sguardo degli altri al posto mio.
Tanti pensieri, zero voglia di fare, ma una necessità viscerale di dare vita a questa creatura. Voglio essere il dottor Frankenstein chiuso nel suo seminterrato, a cucire pezzi di codice e AI per creare qualcosa che parli per me.
Voglio rimanere nell’ombra. Scrivere i copioni, riversare lo stato d’animo, ma lasciar interpretare il tutto a qualcun altro. O a qualcos’altro.
In fondo non è la faccia che conta. Non è il mezzo. È l’urgenza di sputare fuori quello che hai dentro prima che ti scavi un buco nello stomaco. L’importante è esprimersi, anche se lo fai attraverso un fantasma fatto di pixel e frequenze campionate male.
È una questione di sopravvivenza creativa.
È la nascita del mio costrutto.
Voglio solo che i miei pensieri contorti abbiano una voce. Anche se non è la mia. Anche se è sintetica.
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